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I tassi di interesse tengono in ostaggio i mercati valutari

Questo mese di ottobre resta profondamente incerto per i mercati valutari, sia dal punto di vista delle price actions, sia dal punto di vista macro, perché di fatto è un periodo in cui non vengono assunte le decisioni chiave da parte dei banchieri centrali, ma è un periodo nel quale tutti gli attori principali rilasciano dichiarazioni, che di fatto influenzano le price actions di breve senza movimenti che siano però decisivi. Questo provoca un andamento dei mercati blaterale, e improvviso, nel senso che le giornate passano tendenzialmente neutre, e improvvisamente si assiste a un movimento violento che provoca uno spostamento immediato dei prezzi, salvo poi tornare in fase di congestione.

La partita, e lo diciamo ormai da mesi, si gioca, tra le varie banche centrali, quasi esclusivamente su un tema, quello dell’inflazione e quindi dei tassi di interesse. L’alternanza a cui stiamo assistendo alla fine è un gioco della parti tra la Fed che promette un nuovo rialzo a breve e la Bce, la quale insiste per mantenere il qe aperto, anche se dietro vi sono pressioni che spingono a favore del tapering, mentre quasi tutte le altre banche centrali tentennano per paura di rafforzare improvvisamente la propria valuta. La guerra valutaria è in atto da anni, lo sappiamo, ma mai come in questo periodo è divenuta anch’essa globale.

Trump, avendo capito che mettere i dazi sarebbe stato controproducente, gioca a deprezzare il dollaro, ma i rischi di un deprezzamento vanno anche al di là della sua volontà. La Cina sta per diventare a breve, il più grande importatore di petrolio al mondo, prima ancora degli Stati Uniti, e voci di corridoio parlano del fatto che i Sauditi pare vogliano cominciare a ricevere pagamenti in Yuan anziché in valuta americana. La visita del premier cinese nel paese arabo ha rafforzato questa idea, e questo potrebbe sconvolgere, a 70 anni da Bretton Woods, gli equilibri valutari globali. Se così fosse, non pensiamo che l’amministrazione americana lascerà passare tanto facilmente questa opzione, e i rischi geopolitici aumenteranno inevitabilmente.

Per quanto riguarda i principali rapporti di cambio, l’Euro tende a scivolare leggermente, in assenza di grandi notizie, perché prevale il carry short contro dollaro, e anche contro altre valute, Aud, Nzd e Cad soprattutto. I target al ribasso della moneta unica, dovrebbero essere posti in area 1,1650 60 mentre al rialzo, solo la violazione di 1,1920 30 potrebbe far ripartire al rialzo la moneta unica.

Certo è che osservando i dati e ascoltando le dichiarazioni dei vari membri Fed, non si può non evidenziare il fatto che mentre le dichiarazioni sono sempre improntate ad un ottimismo verso il rialzo dei tassi, man mano che passa il tempo e i dati macro escono, ci si accorge che non ve ne sarebbero evidenti ragioni. L’inflazione è intorno al 2% e anche i dati di venerdì scorso lo hanno confermato con i prezzi al consumo core a + 1.7% su base annua a settembre e +0.1% su base mensile, inferiori alle attese, in un mese in cui solitamente i prezzi si surriscaldano, al ritorno dal periodo estivo. Eppure il nuovo mantra della Fed sembra essere quello di voler alzare i tassi anche se i dati non evidenziano un surriscaldamento evidente dell’economia. A noi pare che sia una determinazione dettata dal fatto di voler mantenere le promesse fatte a tempo debito.

In Europa l’inflazione resta anch’essa stabile, su valori che si attestano intorno all’1.7% in Germania e più bassa negli altri paesi, tra un +1.4% del nostro paese e livelli leggermente superiori negli altri. La tendenza della Bce sembra essere quella di mantenimento del Qe, anche se qualcuno parla ancora di estensione e spostamento temporale in avanti del tapering per timore di rafforzare eccessivamente l’euro, che creerebbe distorsioni evidenti all’interno dei diversi paesi, con una ulteriore divaricazione tra i paesi core e quelli periferici, nei principali aggregati economici.

Interessante poi l’evoluzione delle dinamiche delle valute oceaniche, le quali, dopo un periodo di sofferenza, sembrano leggermente riprendersi, sia per l’eventualità che in Nuova Zelanda finalmente, si formi un governo, dopo i tentennamenti del leader di New Zealand First Peters, il quale sembra essersi deciso ad allearsi con i Conservatori, sia per il fatto che i dati Cinesi sui prezzi al consumo hanno mantenuto le promesse, con un +1.6% su base annua mentre i prezzi alle importazioni sono saliti al 6.9% rispetto ad un consensus del+6.4%. Il che è in linea con l’aumento significativo delle importazioni fatto registrare venerdì scorso e di cui abbiamo ampiamente parlato. Occhio anche al Usd/Cad che in qualche modo sembra tenere bene l’area di 1,2410 20 e potrebbe tornare ad attaccare livelli superiori, almeno temporaneamente. Infine, un occhio al dollar index che sembra poter attaccare qualche resistenza, in caso di tenuta di 90,80, e obiettivi a 95,70 80.

Buona giornata e buon trading

Saverio Berlinzani per ActivTrades.

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Una forte passione per le scienze statistiche e l’analisi tecnica sui mercati finanziari, da diversi anni si occupa di giornalismo finanziario in diversi portali del settore, in veste di analista tecnico e trading advisor.

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