L’inaspettata ancora di salvezza per il mercato azionario del Regno Unito

Il tasso di inflazione annuo degli Stati Uniti per i 12 mesi terminati a novembre 2021 è stato del 6,8%: il valore più alto da circa 40 anni.

In tutto il mondo, la situazione inflazionistica è altrettanto cupa: lo è in Europa, nel Regno Unito, in Canada.

L’eurozona ha appena raggiunto il record inflattivo di tutti i tempi. Incredibile, ma è così. Di fatto stiamo conoscendo per la prima volta un’alta inflazione.

In Canada, è ai massimi da molti decenni, mentre nel Regno Unito è ai valori più alti dal 1992.

Sì, l’inflazione sembra tutt’altro che transitoria, al contrario di quanto hanno cercato di raccontarci per un po’ di tempo. Al di là di ogni considerazione di politica monetaria, i tassi di interesse dovranno aumentare.

Per dare un’idea concreta, l’ultima volta che l’inflazione è stata così alta negli Stati Uniti, potevamo comprare i titoli decennali del Tesoro USA con un 9% di interesse, contro l’1.5-1.7% che vediamo oggi. Del resto, lo scollamento fra inflazione e tassi di interesse corrisponde a precise necessità, che conosciamo: però non ritengo che potrà essere sostenibile sui livelli attuali. O l’inflazione rallenta rapidamente, e mi sembra molto difficile possa accadere nel breve, o i tassi di interesse aumenteranno.

Fattori chiave da considerare

Siamo nel secondo anno del ciclo presidenziale: negli ultimi nove cicli, il secondo anno è statisticamente piuttosto debole per le borse. Siamo alla vigilia di ritocchi all’insù (graduali finché vogliamo, ma all’insù) sui tassi di interesse, con possibilità del primo ritocco in marzo.

Le società della tecnologia non reagiscono bene all’aumento dei tassi, anzi le possiamo definire in tendenziale correlazione inversa.

Sei giganti tecnologici oggi rappresentano il 25% dell’S&P500 (e come ho spiegato altre volte, questo può tramutarsi in un grande problema): potrebbe essere un’ancora molto pesante per l’indice in presenza di un aumento dei tassi.

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Poi, se vogliamo credere che i tassi non aumenteranno, siamo così abituati a vedere il mondo alla rovescia che non ci meravigliamo più di nulla: ma mi pare realistico pensare che un intervento graduale dovrà esserci. E se graduale significherà tre o quattro volte nel 2022, i mercati lo sentiranno.

Guardando i mercati azionari mondiali, è interessante notare un grande differenziale fra il rapporto price/earnings dell’S&P500 rispetto alle compagnie del Regno Unito quotate al FTSE 100. Il rapporto è 1 a 1.80: cioè le azioni dell’S&P500 sono più costose dell’80% rispetto a quelle del Regno Unito. Storicamente, questo fenomeno c’è sempre stato, ma la forbice si è dilatata moltissimo dalla fine del 2019.

Il mercato azionario del Regno Unito è composto di pochissima tecnologia ed è invece orientato verso i finanziari, i beni di prima necessità, i materiali, l’energia e l’assistenza sanitaria. Settori che in periodo di alta inflazione e tassi in aumento potrebbero essere privilegiati dagli investitori.

Investire su qualche buon titolo del Regno Unito o su un ETF rappresentativo dell’indice potrebbe essere una diversificazione interessante di un portafoglio che nel 2022 potrebbe risentire dell’incertezza del mercato.

Vedremo nelle prossime settimane se i fatti ci daranno ragione: un modo corretto potrebbe essere di monitorare l’ETF EWU, quotato al Nyse, come indicatore di riferimento o l’ETF ISF, quotato sul London Stock Exchange.

Lo sfondamento dei massimi su tali strumenti, dopo l’ultimo incremento dal 15-16 dicembre, fornirebbe la linea di tendenza a conferma di quanto detto sopra.

Report curato dall’Istituto Svizzero della Borsa, il portale della Conoscenza e della Cultura finanziaria. Sito: www.istitutosvizzerodellaborsa.ch

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