Mercato AzionarioHoward Marks lancia l’allarme: il mercato azionario è in bolla?

Howard Marks lancia l’allarme: il mercato azionario è in bolla?

Howard Marks lancia l’allarme: il mercato azionario è in bolla?

Il famoso investitore Howard Marks ha messo in guardia gli investitori sullo stato attuale dei mercati. Siamo davvero dentro una nuova bolla speculativa o si tratta solo di un fisiologico surriscaldamento dei prezzi?

L’avvertimento di Howard Marks

Howard Marks, cofondatore di Oaktree Capital Management, ha recentemente richiamato l’attenzione sul fatto che da oltre 16 anni non si verifica una correzione significativa dei mercati. Questo, secondo lui, ha portato gli investitori a sviluppare una pericolosa abitudine: credere che i trend attuali possano continuare all’infinito.

La sua analisi evidenzia che le valutazioni azionarie sono oggi sopra i fondamentali reali, alimentate da un’eccessiva fiducia e da una sorta di “memoria corta” da parte degli operatori. Marks paragona il momento attuale al 1997, quando Alan Greenspan parlava di irrazionale esuberanza, preludio allo scoppio della bolla dot-com.

Le scelte di portafoglio: lontano dai big tech

Il portafoglio di Oaktree, che gestisce quasi 4 miliardi di dollari, è composto da 52 titoli ma non include i celebri Magnificent 7 (Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon, Meta, Tesla e Alphabet). Al contrario, la società preferisce puntare su energia, industriali, beni di consumo e finanziari, settori considerati più solidi e meno esposti alle valutazioni eccessive della tecnologia.

Secondo Marks, il problema non sono soltanto le big tech – che pur hanno multipli elevati ma giustificati da utili enormi – bensì il fatto che anche le altre 493 aziende dell’S&P 500 vengano oggi scambiate a multipli superiori al normale, pur non avendo la stessa qualità.

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Indicatori di mercato che fanno riflettere

Quando si parla di possibili bolle speculative, gli indicatori di valutazione rappresentano la bussola principale per orientarsi. Oggi diversi parametri segnalano un livello di sopravvalutazione che merita attenzione.

Price-to-Book Ratio

Il Price-to-Book Ratio (P/B) dello S&P 500 si trova a quota 5,34, superiore al picco del 2000 durante la bolla dot-com (5,1). In pratica, gli investitori stanno pagando oltre cinque volte il valore contabile medio delle aziende dell’indice. Per confronto, nel 2009 – in piena crisi finanziaria – questo rapporto era sceso a 1,6, segnalando un mercato molto più vicino ai fondamentali.

Price-to-Book Ratio
Fonte: https://www.multpl.com/s-p-500-price-to-book

Shiller P/E

Un altro campanello d’allarme arriva dallo Shiller P/E (CAPE Ratio), oggi a 38,35. Si tratta di un livello che storicamente ha anticipato rendimenti deludenti nei successivi dieci anni. Per intenderci, alla vigilia della crisi del 2008 il valore era 27,5, mentre nel 2000 aveva raggiunto 45, preludio al crollo delle dot-com. Questo indicatore, basato sulla media decennale degli utili corretti per l’inflazione, non serve a prevedere quando avverrà una correzione, ma aiuta a comprendere se il mercato si trova in una fase di euforia.

Shiller PE Ratio
Fonte: https://www.multpl.com/shiller-pe

Earnings Yield

Infine, l’earnings yield dello S&P 500 – cioè il rendimento teorico derivante dagli utili generati dalle aziende rispetto al prezzo dell’indice – è appena al 3,39%, contro il 6% registrato nel 2006. Tradotto: oggi gli investitori stanno accettando un ritorno sugli utili molto più basso, segnale di prezzi alti e aspettative elevate.

S&P 500 Earnings Yield
Fonte: https://www.multpl.com/s-p-500-earnings-yield

Questi dati, presi nel loro insieme, indicano che il mercato non è in equilibrio. Non significa che il crollo sia imminente, ma la probabilità di performance inferiori in futuro è reale.

La centralità dei Magnificent 7

Un altro aspetto sottolineato da Marks è il peso sproporzionato dei Magnificent 7, che da soli rappresentano più della metà dei guadagni dell’indice. Se queste aziende venissero escluse, le metriche complessive dello S&P 500 apparirebbero molto meno attraenti.

Questa concentrazione di performance ricorda le fasi finali delle grandi bolle speculative, quando pochi titoli trainano l’intero mercato mentre il resto delle società rimane su valutazioni gonfiate ma poco giustificate.

AI: innovazione o nuova bolla?

Al dibattito si è aggiunto anche Sam Altman, CEO di OpenAI, che ha parlato apertamente di un possibile “AI bubble”. Ha paragonato la corsa attuale all’intelligenza artificiale all’euforia del 2000, quando miliardi furono investiti in infrastrutture internet prima che il mercato fosse pronto.

Secondo Altman, nei prossimi anni saranno necessari trilioni di dollari in data center e potenza di calcolo, ma non tutti i progetti sopravviveranno. Alcune startup bruceranno capitali enormi senza mai diventare profittevoli, mentre poche vincitrici potrebbero trasformarsi nelle “Amazon del futuro”.

Non a caso, subito dopo le sue dichiarazioni, il CFO di OpenAI ha sottolineato che la domanda di soluzioni AI continua a crescere, forse anche per rassicurare investitori e clienti. Alcuni osservatori pensano che le parole di Altman possano essere state anche una mossa strategica per frenare il flusso di capitali verso i concorrenti minori.

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Siamo davvero in una bolla?

La parola “bolla” evoca immagini di mercati pronti a implodere, ma la situazione attuale è più sfumata. Howard Marks sottolinea che, al contrario della fine degli anni ’90, le grandi aziende tecnologiche di oggi sono realtà solide e profittevoli, con flussi di cassa miliardari e posizioni dominanti nei rispettivi settori. Non si tratta quindi di semplici idee speculative, ma di colossi con bilanci robusti.

Tuttavia, il rischio è evidente in due aree precise:

  • Le società secondarie dello S&P 500 – molte delle altre 493 aziende presentano multipli di mercato simili a quelli dei Magnificent 7, pur senza la stessa redditività o capacità di crescita. Questo squilibrio potrebbe generare correzioni selettive.
  • Le startup dell’intelligenza artificiale – come sottolineato da Sam Altman, l’attuale euforia verso l’AI ricorda la bolla dot-com: enormi flussi di capitale, infrastrutture costruite a ritmo serrato, ma pochi modelli di business già sostenibili.

Si può quindi affermare che esistono bolle settoriali e di nicchia, piuttosto che una bolla generalizzata. Alcune aziende probabilmente non supereranno i prossimi anni, mentre altre emergeranno rafforzate, replicando la parabola di Amazon o Google dopo la crisi del 2000.

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Considerazioni per gli investitori

Per chi investe oggi, il messaggio di Marks è chiaro: non dare mai per scontato che i trend attuali continueranno in eterno.

La storia dei mercati dimostra che ogni periodo di euforia è seguito da fasi di correzione, anche violente. Ignorare questa realtà significa esporsi a rischi eccessivi.

Gli investitori dovrebbero adottare alcune linee guida:

  • Diversificare il portafoglio: non concentrare troppo capitale su pochi titoli o settori, anche se sembrano vincenti. I Magnificent 7 hanno trainato i mercati, ma un’inversione di tendenza potrebbe colpire duramente chi è troppo esposto.
  • Valutare strategie difensive: il credito e le obbligazioni con rendimento certo, come ricorda Marks, offrono una protezione migliore in fasi di incertezza. Sapere già quale rendimento incassare può rappresentare un vantaggio psicologico e operativo.
  • Guardare oltre il breve termine: indicatori come lo Shiller P/E non predicono crash imminenti, ma segnalano prospettive di rendimento contenute. Chi investe con orizzonte decennale deve essere pronto ad accettare cicli di volatilità.
  • Distinguere tra hype e valore reale: molte startup AI potrebbero non sopravvivere, ma le aziende solide e profittevoli continueranno a generare ricchezza. L’abilità dell’investitore sta nel saper selezionare i futuri “vincitori”.

In sintesi, non siamo di fronte a un rischio sistemico come quello del 2008, ma ci sono sacche di mercato gonfiate che inevitabilmente esploderanno. La differenza la farà la disciplina: chi sa riconoscere i segnali e gestire il rischio avrà l’opportunità di trarre vantaggio dalle correzioni, trasformandole da minaccia in occasione di acquisto.

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Amministratore e CEO del portale www.doveinvestire.com, Simone Mordenti è anche analista finanziario e trader con oltre 25 anni di esperienza. Classe 1974, si avvicina al mondo del trading, con particolare attenzione agli investimenti su indici di borsa e azioni, grazie al confronto diretto con professionisti del settore. Animato da una solida passione per le scienze statistiche e l’analisi tecnica applicata ai mercati finanziari, da diversi anni è attivo nel giornalismo finanziario su numerosi portali specializzati, dove opera come analista tecnico e trading advisor.
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