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Diversificare lontano dagli Stati Uniti è davvero possibile? La visione del CEO di UBS

Diversificare lontano dagli Stati Uniti è davvero possibile? La visione del CEO di UBS

Quando i mercati attraversano fasi di incertezza, la tentazione di cambiare rotta diventa forte. Titoli dei giornali che parlano di rallentamento economico degli Usa, tensioni commerciali e politiche monetarie restrittive spingono molti investitori a chiedersi se puntare ancora sugli Stati Uniti sia una scelta lungimirante oppure un rischio da ridurre. È una domanda legittima, soprattutto per chi costruisce il proprio portafoglio con l’obiettivo di far crescere il capitale nel tempo senza esporsi a scossoni inutili.

Eppure, tra le reazioni emotive e le decisioni strategiche esiste una linea sottile che spesso viene superata senza rendersene conto. La diversificazione, parola centrale in ogni manuale di investimento, viene talvolta interpretata come un semplice trasferimento di capitali da un’area all’altra, quando in realtà richiede una visione più ampia, capace di considerare struttura delle economie, competitività delle imprese, stabilità dei mercati finanziari e ruolo delle principali valute.

Il dibattito non riguarda solo grandi fondi e gestori istituzionali, ma coinvolge sempre più risparmiatori che cercano di costruire un portafoglio capace di resistere ai cicli economici senza rinunciare alle opportunità di crescita. Comprendere se la diversificazione geografica debba significare riduzione dell’esposizione agli USA, o piuttosto una sua integrazione più intelligente con altri mercati, diventa quindi un passaggio decisivo per chi investe con una visione di medio e lungo periodo.

Nel corso di un’intervista recente, il CEO di UBS ha affrontato il tema in modo diretto, arrivando a una conclusione netta: diversificare “lontano” dall’America è, di fatto, impossibile. Una dichiarazione che merita attenzione, perché tocca il cuore delle strategie di allocazione globale e mette in discussione molte narrazioni che circolano tra analisti e media finanziari.

Perché la volatilità non implica l’abbandono degli asset USA

Mercati nervosi, ma non strutturalmente deboli

Secondo il vertice di UBS, ciò che oggi alimenta la volatilità non è un singolo fattore, bensì l’accumulo di questioni irrisolte: geopolitica, politiche fiscali aggressive, transizione energetica, debito pubblico elevato. Questa combinazione rende i mercati più sensibili e meno prevedibili, con movimenti rapidi e spesso emotivi.

Da qui nasce un principio operativo chiave: la diversificazione resta essenziale, ma non va confusa con l’idea di disimpegno dagli Stati Uniti. Ridurre o aumentare il peso di un’area geografica nel portafoglio è una scelta legittima; tentare di escludere del tutto la prima economia mondiale espone a rischi spesso sottovalutati.

Puntare contro dollaro ed economia USA: una scommessa pericolosa

Il CEO di UBS sottolinea un punto spesso ignorato: scommettere contro il dollaro e contro l’economia statunitense è storicamente una strategia fragile. Gli Stati Uniti mantengono il più alto livello di innovazione tecnologica, un ecosistema imprenditoriale senza eguali, mercati dei capitali profondi e liquidi, una capacità di attrarre investimenti esteri che pochi Paesi possono replicare.

Anche quando il ciclo economico rallenta, la struttura di fondo resta solida. Da qui l’invito alla prudenza verso chi prevede una lunga fase di disimpegno dagli asset denominati in dollari.

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America ancora al centro dei flussi di capitale globali

Un dato citato nell’intervista rafforza questa tesi: secondo una ricerca PwC su oltre 4.500 amministratori delegati, gli Stati Uniti risultano la prima destinazione mondiale per gli investimenti in capitale produttivo, con un interesse persino in crescita rispetto all’anno precedente.

Questa indicazione è rilevante perché riflette decisioni strategiche di lungo periodo, non semplici movimenti speculativi. Le aziende investono dove vedono stabilità istituzionale, domanda interna, accesso al credito e possibilità di scalare rapidamente il business.

Un motore straordinario di creazione di ricchezza

Un altro dato impressionante riguarda la crescita del numero di milionari negli USA: circa 25 milioni in un solo anno, pari a oltre 1.000 nuovi milionari al giorno. Per un gruppo specializzato nella gestione patrimoniale come UBS, questo fenomeno rende il mercato statunitense centrale per lo sviluppo futuro.

Per chi investe, questo significa una cosa semplice: dove cresce la ricchezza, cresce anche la domanda di servizi, tecnologia, immobili e consumi di fascia alta, settori che alimentano i profitti delle aziende quotate.

Asia in crescita, ma non come sostituto degli Stati Uniti

Espansione demografica e nuova classe media

UBS riconosce che l’Asia rappresenta una delle aree a maggiore crescita strutturale, con metà della popolazione mondiale e una rapida espansione della classe media. La banca gestisce già circa 1.000 miliardi di dollari di asset nella regione, segnale di un impegno concreto e non solo teorico.

Questo rende l’Asia una componente importante in una strategia di diversificazione geografica, soprattutto per chi investe con un orizzonte di lungo periodo.

Diversificazione sì, sostituzione no

Il punto chiave resta questo: l’Asia non sostituisce gli Stati Uniti, li affianca. I due poli svolgono ruoli diversi nei portafogli:

  • gli USA offrono innovazione, liquidità e leadership nei settori tecnologici,
  • l’Asia offre crescita demografica, industrializzazione e consumi emergenti.

Una strategia equilibrata mira a combinare questi fattori, non a sceglierne uno contro l’altro.

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Cosa significa davvero “diversificare” per l’investitore

Non solo geografia, ma anche settori e valute

Molti associano la diversificazione al semplice spostamento tra Paesi. In realtà, una gestione efficace del rischio passa anche da: diversificazione settoriale (tecnologia, sanità, energia, finanza), esposizione a valute differenti, combinazione tra azioni, obbligazioni e asset alternativi.

In questo schema, gli Stati Uniti restano una componente strutturale, perché dominano indici globali, flussi di capitale e innovazione.

Overweight e underweight: la vera leva tattica

Il CEO di UBS parla di una distinzione spesso ignorata: si può decidere di avere un’esposizione sovrappesata (overweight) o sottopesata (underweight) sugli Stati Uniti rispetto a un benchmark globale. Questa è una scelta tattica legata al ciclo economico e alle valutazioni di mercato.

Altra cosa è tentare una uscita sistemica dagli asset USA, che comporta:

  • perdita di accesso a molte delle aziende più redditizie al mondo,
  • maggiore esposizione a mercati meno liquidi,
  • rischi valutari difficili da gestire.

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Implicazioni pratiche per chi investe oggi

Per i principianti: evitare decisioni drastiche

Chi è alle prime armi tende a reagire in modo emotivo alle notizie negative. Il messaggio che emerge dall’intervista è chiaro: le fasi di volatilità non vanno confuse con un cambiamento strutturale dell’economia americana.

Una strategia semplice e robusta resta quella di:

  • mantenere esposizione agli indici globali,
  • bilanciare USA, Europa e Asia,
  • investire con regolarità per ridurre il rischio di timing.

Per gli investitori più esperti: attenzione alle narrative dominanti

Quando molti parlano di “fine del predominio americano”, i mercati spesso si trovano in una fase di eccesso di pessimismo tattico. Storicamente, queste narrative hanno offerto più opportunità che segnali di fuga.

Monitorare debito pubblico, politica monetaria e tensioni geopolitiche resta fondamentale, ma senza perdere di vista i fondamentali economici, la crescita degli utili e la leadership tecnologica, fattori che continuano a sostenere Wall Street.

Stati Uniti: meno prevedibilità, stessa centralità

L’intervista al CEO di UBS non nega i problemi: deficit elevati, polarizzazione politica, sfide globali complesse. Ciò che contesta è l’idea che questi elementi rendano l’America marginale negli investimenti globali.

La realtà è più sfumata: maggiore volatilità, minore prevedibilità, ma ruolo centrale intatto. Per questo motivo, parlare di vera diversificazione senza includere in modo significativo gli Stati Uniti appare poco realistico, soprattutto per chi punta a costruire ricchezza nel tempo.

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Esempi di portafoglio di ETF Usa e non Usa

Esempi di portafoglio di ETF Usa e non Usa

Gli esempi qui sotto traducono in pratica il messaggio centrale emerso nell’articolo: ridurre o aumentare il peso degli Stati Uniti è una scelta possibile, mentre “uscire” completamente dagli USA tende a essere complesso e spesso inefficiente per un portafoglio globale. Le allocazioni sono puramente illustrative e pensate per mostrare logiche diverse (più USA-centrica, più globale, più “ex USA”). Non costituiscono consulenza finanziaria.

Portafoglio 1 — “Core USA + satelliti non USA” (azionario 100%)

Idea di base: mantenere un cuore USA (mercato più liquido e innovativo) e affiancare aree non USA per ridurre la dipendenza da un singolo Paese/valuta.

Componente Peso ETF (Borsa Italiana) ISIN
Azioni USA (large cap) 60% iShares Core S&P 500 UCITS ETF USD (Acc) IE00B5BMR087
Azioni Europa 20% iShares Core MSCI Europe UCITS ETF IE00B1YZSC51
Azioni Mercati Emergenti 15% SPDR MSCI Emerging Markets UCITS ETF IE00B469F816
Azioni Pacifico ex Giappone 5% iShares Core MSCI Pacific ex-Japan UCITS ETF (Acc) IE00B52MJY50

Quando ha senso: per chi vuole una struttura semplice, con leadership USA ma un paracadute geografico su Europa ed Emergenti. È un’impostazione tipica di chi accetta volatilità azionaria e ragiona su orizzonti lunghi.

Portafoglio 2 — “Globale bilanciato” (70/30 tra azioni e obbligazioni)

Idea di base: usare un ETF globale per l’azionario e affiancare una componente obbligazionaria ampia e diversificata per attenuare i drawdown. È spesso più digeribile per chi inizia, perché riduce l’oscillazione complessiva del portafoglio.

Componente Peso ETF (Borsa Italiana) ISIN
Azioni globali (Paesi sviluppati) 55% iShares Core MSCI World UCITS ETF USD (Acc) IE00B4L5Y983
Azioni Mercati Emergenti 15% SPDR MSCI Emerging Markets UCITS ETF IE00B469F816
Obbligazioni globali aggregate (EUR Hedged) 30% iShares Core Global Aggregate Bond UCITS ETF EUR Hedged (Acc) IE00BDBRDM35

Quando ha senso: per chi vuole un approccio “core” molto pratico, dove la parte azionaria resta globale (con forte componente USA implicita nel MSCI World) e la parte obbligazionaria aiuta a stabilizzare il percorso.

Portafoglio 3 — “Ridurre gli USA senza eliminarli” (azionario 100% con tilt ex USA)

Idea di base: se l’investitore desidera abbassare il peso degli Stati Uniti per motivi di valutazioni, rischio-valuta o preferenze personali, può farlo con un mix tra un ETF World ex USA e un ETF USA più piccolo. In questo modo gli USA restano presenti, ma non dominanti.

Componente Peso ETF (Borsa Italiana) ISIN
Azioni sviluppate ex USA 70% iShares MSCI World ex-USA UCITS ETF (Acc) IE000R4ZNTN3
Azioni USA 20% iShares Core S&P 500 UCITS ETF USD (Acc) IE00B5BMR087
Azioni Mercati Emergenti 10% SPDR MSCI Emerging Markets UCITS ETF IE00B469F816

Quando ha senso: per chi vuole una diversificazione geografica più marcata, mantenendo però un’esposizione minima agli USA per non rinunciare completamente a liquidità, innovazione e profondità del mercato americano.

Nota operativa: se il tuo obiettivo è replicare “il mondo” con meno complessità, esistono anche ETF globali “all country” che includono Paesi sviluppati ed emergenti in un unico strumento, come iShares MSCI ACWI UCITS ETF (ISIN IE00B6R52259).

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Riflessioni finali

Costruire un portafoglio solido non significa inseguire ogni cambiamento di scenario, ma saper distinguere tra rumore di breve periodo e fattori che contano davvero nel tempo. I dati, le scelte delle imprese e i flussi di capitale raccontano una storia coerente: le grandi economie continuano a essere interconnesse e gli Stati Uniti restano un pilastro difficile da sostituire, anche quando il ciclo si fa più irregolare.

La vera differenza, per chi investe, nasce dalla capacità di strutturare le decisioni, non di reagire agli impulsi. Integrare più aree geografiche, bilanciare settori, gestire il rischio valutario e scegliere strumenti efficienti permette di trasformare l’incertezza in una leva strategica. È proprio in queste fasi che si costruiscono le basi per risultati più robusti, perché si investe con metodo, non con timore.

Chi adotta un approccio disciplinato si mette nelle condizioni di crescere insieme ai trend di lungo periodo, evitando scelte drastiche che spesso compromettono la continuità del piano. La direzione non è l’esclusione, ma l’equilibrio: una struttura che si adatta senza perdere coerenza, capace di attraversare cicli diversi mantenendo un obiettivo chiaro.

Se vuoi dare una svolta concreta alla gestione dei tuoi investimenti, inizia oggi a rivedere l’allocazione, scegli strumenti coerenti con i tuoi obiettivi e costruisci un percorso che possa accompagnarti negli anni. Le opportunità premiano chi si prepara, chi studia e chi agisce con consapevolezza. Questo è il momento giusto per fare il prossimo passo.

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Amministratore e CEO del portale www.doveinvestire.com, Simone Mordenti è anche analista finanziario e trader con oltre 25 anni di esperienza. Classe 1974, si avvicina al mondo del trading, con particolare attenzione agli investimenti su indici di borsa e azioni, grazie al confronto diretto con professionisti del settore. Animato da una solida passione per le scienze statistiche e l’analisi tecnica applicata ai mercati finanziari, da diversi anni è attivo nel giornalismo finanziario su numerosi portali specializzati, dove opera come analista tecnico e trading advisor.
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