
Molti parlano di una possibile bolla dell’Intelligenza Artificiale, ma uno dei gestori più rispettati al mondo, Paul Tudor Jones, sta muovendosi in modo molto diverso. Le sue ultime scelte di portafoglio mostrano chiaramente dove vede nascere i prossimi giganti della tecnologia.
Paul Tudor Jones: dal taglio ai big tech alla caccia dei nuovi leader
Il celebre hedge fund manager ha ridotto in maniera significativa la sua esposizione su Amazon e Microsoft, due colossi che hanno guidato il rally tecnologico dell’ultimo ciclo. Non si tratta però di un disimpegno dal settore tech, bensì di una rotazione strategica.
Secondo Jones, i facili guadagni dei mega-cap potrebbero essere alle spalle. Ora le vere opportunità si trovano nelle aziende che costruiscono infrastrutture e applicazioni AI, ovvero nei protagonisti della prossima ondata di crescita.
Il contesto macroeconomico gli dà ragione: tassi d’interesse stabili, inflazione in raffreddamento e mercati azionari resilienti nonostante l’incertezza geopolitica. Tutti segnali che lasciano intravedere un anno cruciale per l’intelligenza artificiale.
Alphabet: il ritorno in grande stile
La sorpresa più significativa delle sue mosse è l’ingresso massiccio in Alphabet (GOOGL), con oltre 400.000 azioni acquistate. La scelta non è casuale: Google sta dimostrando di essere ancora al centro della partita AI.
Google Search, dato per spacciato contro ChatGPT e Perplexity, sta recuperando quote di mercato grazie alle nuove funzioni di Search Generative Experience e agli AI Overviews, che hanno riacceso l’interesse degli utenti.
Google Cloud è il segmento più dinamico, in crescita a doppia cifra e oggi già oltre il 13% dei ricavi del gruppo. La piattaforma è diventata un pilastro per lo sviluppo di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), con una quota di mercato salita dal 7% al 20% in meno di due anni.
Anche concorrenti diretti, come Meta, hanno siglato contratti miliardari con Google Cloud, a dimostrazione di quanto Alphabet sia diventata un punto di riferimento per l’infrastruttura AI globale.
Con la spesa aziendale in AI in forte accelerazione, Alphabet appare non solo ben posizionata per cavalcare il trend, ma anche per definirne i confini futuri.
Apple: l’ecosistema che trasforma l’AI in utili concreti
Un’altra mossa decisa di Jones riguarda Apple (AAPL), su cui ha più che raddoppiato la posizione. La strategia del colosso di Cupertino è diversa rispetto a quella dei rivali: non costruire i modelli AI più grandi, ma integrare l’intelligenza artificiale direttamente nei dispositivi.
Il cuore di questo approccio è Apple Intelligence, una piattaforma che personalizza l’esperienza d’uso su iPhone, iPad e Mac. La scelta di rendere disponibili queste funzionalità solo sui dispositivi più recenti spinge milioni di utenti ad aggiornare i propri device.
Con un parco installato di oltre 270 milioni di iPhone con più di quattro anni di vita, anche un modesto tasso di sostituzione genera enormi flussi di ricavi.
Apple beneficia di un duplice effetto:
- vendite hardware più elevate, grazie agli upgrade;
- crescita nei servizi, con abbonamenti, app e partnership AI che rafforzano i margini ricorrenti.
Il gruppo sta anche diversificando la supply chain, aprendo impianti in India e Vietnam per ridurre il rischio geopolitico, mentre continua a lavorare su nuove frontiere come domotica intelligente e robotica AI.
Per Paul Tudor Jones, Apple rappresenta un giocatore solido e visionario, capace di trasformare la diffusione dell’AI in un motore di profitti strutturale.
Credo Technology: la scommessa sull’infrastruttura dei data center
Se Alphabet e Apple rappresentano i colossi già affermati, la vera sorpresa del portafoglio Jones è l’aumento dell’esposizione a Credo Technology (CRDO), società specializzata in soluzioni di connettività per data center.
Negli ultimi trimestri, l’azienda ha sorpreso Wall Street con una crescita dei ricavi del 180% anno su anno, grazie alla domanda esplosiva di cavi elettrici attivi (AEC). Questi componenti sono fondamentali per collegare server e switch nei nuovi data center dedicati all’AI, dove velocità ed efficienza energetica sono cruciali.
Un punto di forza di Credo è la diversificazione dei clienti: se in passato dipendeva in larga parte da un singolo hyperscaler, oggi ha ampliato la base, riducendo i rischi di concentrazione e conquistando nuove quote tra i leader del settore.
Il management prevede oltre 800 milioni di dollari di ricavi entro il 2026, con margini netti vicini al 40%. La pipeline di prodotti, che include DSP ottici da 800 gigabit e retimer PCIe Gen 6, rafforza ulteriormente la sua posizione nel cuore del boom AI.
Credo non è solo un piccolo fornitore, ma un abilitatore strategico della rivoluzione AI. Ed è proprio questa capacità di trovarsi al centro della trasformazione che ha convinto Jones ad aumentare la sua esposizione.
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Perché Jones non vede una bolla, ma un’opportunità storica
Molti osservatori temono che l’entusiasmo sull’AI ricordi altre bolle speculative. Paul Tudor Jones, invece, ribadisce che le bolle sono spesso il terreno dove nascono le più grandi fortune.
Il suo approccio non è quello di inseguire la moda, ma di individuare aziende solide, con fondamentali in crescita e ruolo strategico nell’ecosistema AI. Alphabet, Apple e Credo Technology sono tre esempi chiari di come si possa investire nell’intelligenza artificiale guardando non solo all’hype, ma anche alla sostenibilità di lungo periodo.
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